I Greci nell'Istmo
La vetrina centrale, posta sul lato ovest della sala, è interamente dedicata ai reperti di età greca provenienti dall’Istmo di Catanzaro. Questa sottile fascia di terra fu nell’antichità un vero e proprio crocevia di culture: abitata inizialmente dalle popolazioni indigene degli Enotri, divenne in seguito la meta dei coloni greci che fondarono i centri costieri di Skylletion e Terina, e le importanti città di Kroton e Kaulonia poco più a nord e a sud.
L’esposizione mostra testimonianze dell’età arcaica (VII-VI sec. a.C.). Tra i materiali più antichi spiccano un pregevole frammento di dinos – grande vaso globulare utilizzato per mescolare acqua e vino – caratterizzato da un rilievo raffigurante un leone e cinghiali affrontati, e due piccoli ma raffinati vasetti in vetro di colore blu, giallo e turchese per unguenti e oli profumati.
Si passa poi a reperti di importanza architettonica, come le due tegole in marmo facenti parte della copertura del celebre Tempio di Hera, edificato nella prima metà del V sec. a.C. a Crotone presso il Capo Lacinio e un antefissa fittile con protome di Pan inquadrabile nel IV sec. a.C. e proveniente dal territorio.
Molti oggetti raccontano storie di vita privata e rituale. All’ambito funerario appartiene un significativo gruppo di lekythoi, vasetti per olio di importazione attica, rinvenuti a Crichi e nel territorio circostante e databili tra la fine del VI e l’inizio del V sec. a.C. Un altro nucleo è costituito da materiali provenienti da contesti votivi: da Nicotera (VV) è un frammento di arula – altare portatile – sul quale è raffigurata la lotta tra Eros e Anteros, una sorta di battaglia simbolica tra l’amore corrisposto e quello non ricambiato. Seguono poi un frammento di pinax (tavoletta votiva) di tipo medmeo con una figura panneggiata e diverse testine fittili femminili, dalle acconciature caratteristiche, riconducibili ai modelli prodotti a Locri nel V sec. a.C.
Parte dei reperti esposti in questa vetrina è frutto dei lavori per le Ferrovie Calabro-Sicule del 1879, come l’interessante gruppo di balsamari fusiformi di varie dimensioni, tutti provenienti da Strongoli e databili nel III sec. a.C.
Spostiamo infine l’attenzione sui ritrovamenti legati al collezionismo locale di fine Ottocento. Molti oggetti provengono, infatti, da lasciti e vendite di collezioni private, a riprova del gusto antiquario della società catanzarese dell’epoca. Questa suppellettile, databile tra il IV e il III sec. a.C., include eleganti coppe a vernice nera di varie misure, anfore, lucerne fittili e ceramiche fini di fabbrica apula, come il piatto e l’hydria a figure rosse decorati con protomi femminili. Si segnala infine, un piccolo complesso di ceramiche del tipo di Gnathia con le caratteristiche sovraddipinture a reticolo o con motivi floreali in colori differenti, bianco, giallo e rosso, tipici di questa sottoclasse della ceramica apula attestata in diverse aree dell’Italia e nell’intero Mediterraneo.
Nella teca espositiva, posta al centro della sala, è esposta una coppa (kylix) a figure rosse di produzione attica decorata nel tondo centrale interno da una scena di simposio, con due personaggi maschili distesi su lettino (kline) di fronte a una bassa tavola che accoglie i cibi per il banchetto. Il manufatto è attribuibile alla bottega del pittore di Marlay attiva nella seconda metà del V sec. a.C.
(Francesco Cristiano)
