Le armi del guerriero Italico
Nella società italica dei Brettii, l’immagine del guerriero rivestiva un ruolo centrale e predominante. L’organizzazione comunitaria era fortemente incentrata sulla sfera militare, un aspetto che si rifletteva in modo inequivocabile nei rituali funebri. Quasi tutte le sepolture maschili dell’epoca sono caratterizzate dalla presenza di un corredo di armi. Questi oggetti avevano un duplice valore: in vita erano strumenti pratici di difesa e offesa, la cui scelta era dettata dalla capacità economica del guerriero, dalla disponibilità di metallo e dal tipo di combattimento che si prevedeva di sostenere. Dopo la morte si trasformavano in potenti simboli di prestigio, che attestavano l’appartenenza del defunto alla ristretta minoranza di potere all’interno della comunità.
I reperti esposti in questa teca provengono dal “territorio di Catanzaro” e, insieme al famoso elmo di Tiriolo, offrono una visione diretta di alcuni dei pezzi più importanti che componevano la panoplia — l’armatura completa — del guerriero italico tra il IV e il III secolo a.C. L’equipaggiamento si divideva tra elementi di protezione (elmi, corazze, schinieri, scudi e cinturoni) e strumenti di offesa (spade, lance, giavellotti e frecce). A garantire una difesa efficiente del busto era la corazza anatomica in bronzo. Data la sua forma, che riproduceva le fattezze del corpo umano, poteva quasi essere vista come una sorta di ‘doppio’ del suo portatore. Le corazze più diffuse tra gli Italici del Bruzio erano di due tipologie principali, “lunga” e “corta”. Entrambe erano realizzate in lamina bronzea composta da due valve che riproducevano il petto, il dorso e il ventre, unite sui fianchi da cerniere e catenelle. Spesso i profili di collo e ventre erano lavorati con grande cura. A quanto rimane di una corazza anatomica lavorata
a sbalzo può attribuirsi il frammento di lamina in bronzo indicata nella teca col numero 1 e relativa probabilmente alla porzione del pettorale.
A differenza della corazza ‘lunga’, quella ‘corta’ lasciava scoperta la zona dell’addome, che veniva efficacemente protetta dal cinturone. Questo elemento è uno dei tratti più caratteristici dell’equipaggiamento difensivo italico ed è attestato frequentemente nei corredi funebri maschili del IV e III secolo a.C. Il cinturone, tuttavia, superava la semplice funzione militare e si caricava di valenze simboliche complesse, trasformandosi in un importante indumento di distinzione sociale. La sua importanza era tale che i possessori lo conservavano e lo riparavano per lungo tempo ricorrendo a riparazioni e restauri frequenti di cui sono testimonianza, nella teca, le lamine indicate col numero 8. Il numero 3 è un cinturone lacunoso, mentre il numero 2 è un cinturone ricomponibile in buona parte. Al numero 4 vi sono ganci frammentari di diversa tipologia, mentre il numero 5 è un esemplare di gancio integro proveniente da Tiriolo.
La difesa degli arti inferiori era affidata agli schinieri, sottili lamine di bronzo sagomate che venivano indossate in corrispondenza della tibia su entrambe le gambe. Per un’adesione stabile e confortevole, erano imbottiti internamente e fissati con lacci di stoffa o cuoio. Se gli esemplari più antichi proteggevano solo la tibia, quelli successivi, databili tra il V e il IV secolo a.C., estendevano la protezione anche al ginocchio, assumendo una più completa conformazione anatomica. Nella teca si possono osservare due schinieri: l’esemplare numero 6 conserva una buona porzione del corpo tibiale, mentre lo stato frammentario dell’esemplare numero 7 ne rende ipotetico il riconoscimento. In assenza di dati di scavo specifici, questi manufatti vengono collocati in un arco cronologico compreso tra il V e il IV secolo a.C.
(Francesco Cristiano)
