L'elmo di Tiriolo
Databile alla prima metà del III sec. a.C., l’elmo di Tiriolo è un casco da parata e appartiene alla classe dei cosiddetti elmi suditalici-calcidesi. Nonostante le ferite del tempo l’esemplare brilla ancora per la sua raffinatezza.
Il reperto venne alla luce nell’aprile del 1880 in circostanze fortuite: uno «scoscendimento di terra» nella contrada Donnu Petru rivelò quello che il Marchese Francesco Le Piane — suo scopritore — definì immediatamente un «lavoro greco perfettissimo», probabilmente parte del corredo di una tomba aristocratica oggi perduta.
La struttura dell’elmo è pensata per stupire: sulla parte frontale spicca una raffinata capigliatura a ciocche sbalzata nel bronzo, cinta da una corona di foglie d’edera cuoriformi. La protezione del volto è garantita da profonde insellature laterali che seguono la curva delle orecchie, mentre le cerniere ancora visibili sul lato destro ci ricordano la presenza di paraguance mobili, pronte a chiudersi come una maschera sul viso del guerriero.
Ma è nei dettagli che si rivela il prestigio del proprietario. Sulla sommità della calotta, una piccola cerniera funge da supporto per una cresta o un piumaggio centrale, un espediente scenografico studiato per esaltare il comando militare e impressionare il nemico sul campo di battaglia.
Il tocco finale di ricercatezza è riservato al paranuca, dove fioriscono nel bronzo rosette e girali vegetali che spuntano da un cespo di acanto. Ciò a conferma che l’elmo non era solo uno strumento di difesa, ma un simbolo di status e un gioiello d’artigianato che, ancora oggi, racconta la grandezza dell’antica Tiriolo.
(Francesco Cristiano)
